Dal Foglio del 24 febbraio 2004
Starbucks
Senza il caffè, lo sappiamo per certo, Balzac non avrebbe mai scritto la “Commedia umana”. Beveroni sempre più forti lo tenevano sveglio tutta la notte. Nei casi di emergenza, eliminava l’acqua e ingoiava la polvere a digiuno. Effetto garantito.

Dal Foglio del 24 febbraio 2004.
Al caffè Lloyd’s di Lombard Street, frequentato a Londra da armatori e mercanti, nacque la prima compagnia di assicurazioni al mondo. Al caffè si ritrovavano nel Settecento le teste più brillanti d’Inghilterra, cominciando da Jonathan Swift. Riviste come il “Tatler” e lo “Spectator” marciavano a caffeina. Senza il caffè, lo sappiamo per certo, Balzac non avrebbe mai scritto la “Commedia umana”. Beveroni sempre più forti lo tenevano sveglio tutta la notte. Nei casi di emergenza, eliminava l’acqua e ingoiava la polvere a digiuno. Effetto garantito: “Le idee si scatenano sul campo di battaglia, i ricordi giungono a passo di carica, l’artiglieria della logica viene in soccorso, le trovate geniali accorrono come cavalleria al galoppo”.
Il caffè era allora un mezzo e non un fine. Berlo dava una scossa alle cellule grigie. Le stesse cellule grigie che oggi sono estenuate dalla lettura del manualetto – lungo la bellezza di 22 pagine – stampato e diffuso in 5.690 caffetterie della catena statunitense Starbucks. Ne dava notizia ieri la rivista on line Salon. I manuali di istruzione sono una croce che tocca sopportare, in questi tempi tecnologici. Anche se nessuno è mai riuscito, dopo attenta e faticosa lettura, a far funzionare alcunché seguendo le istruzioni. Non un videoregistratore, non un computer, e neppure (per restare in tema) una caffettiera moka. Di solito cominciano con diktat ovvi e quasi offensivi (“accertarsi che la spina sia inserita nella presa”, “mettere l’interruttore in posizione ‘on’”), per poi perdersi in un gergo incomprensibile (da noi aggravato a causa delle traduzioni).
“With legs”, cioè “da passeggio”. “Make It Your Drink: A Guide to Starbucks’ Beverages” è il titolo del manualetto, che dovrebbe togliere l’ansia da ordinazione, e invece la fa venire anche a chi, di suo, non l’avrebbe. La fa venire ai poveri di spirito ancora convinti che un caffè sia un caffè, e non un sesto grado da scalare. La fa venire ai provinciali che si credono uomini di mondo per aver appena imparato cos’è un “moccaccino”. “Se ordinare vi rende nervosi, leggete qui”, intima la prima riga. Segue un dizionarietto in 38 voci, tra cui le esotiche “misto” e “ristretto”, e il gergale “with legs”, per far sapere che avete intenzione di bere il vostro caffè per strada. Combinate insieme, identificano (per genere prossimo e differenza specifica, come è d’obbligo in tutte le rispettabili classificazioni di animali, piante o cappuccini) la mistura desiderata. Una cosa è il “triple grand decaf latte”, altra cosa è il “tall iced caramel macchiato”. Dopo il lessico, la sintassi: l’aggiunta dello sciroppo correttivo va chiesta prima o dopo aver specificato le dimensioni della tazza? E il latte, se lo si vuole, quando va richiesto? La regola, perentoria e insieme sfuggente, si appella alla sensibilità individuale: “Va nel punto più espressivo della frase”. D’ora in poi, è ovvio, berremo solo caffè nero. Ma non bollente: qualcuno si potrebbe scottare la lingua o le mani e far causa per danni alla premiata ditta.
Finiti i tempi in cui bastava un cenno del capo alla cameriera per avere la tazza piena, ed esisteva un’unica variante di sapore e annacquatezza. “The Joy of Espresso” vanta oggi un kamasutra più complicato di “The Joy of Sex”. Nonostante l’impaccio, da Starbucks si continua a fare la fila. I profitti sono cresciuti del 41 per cento nel solo primo trimestre dell’anno scorso. Anche perché i prezzi per tazza del caffè-rompicapo sono tutt’altro che popolari. L’unica consolazione è che un simile spreco di energia e di intelligenza serva perlomeno a scongiurare il pericolo (fino a poco tempo fa incombente) che il caffè venga messo al bando e demonizzato come le sigarette.
Il caffè era allora un mezzo e non un fine. Berlo dava una scossa alle cellule grigie. Le stesse cellule grigie che oggi sono estenuate dalla lettura del manualetto – lungo la bellezza di 22 pagine – stampato e diffuso in 5.690 caffetterie della catena statunitense Starbucks. Ne dava notizia ieri la rivista on line Salon. I manuali di istruzione sono una croce che tocca sopportare, in questi tempi tecnologici. Anche se nessuno è mai riuscito, dopo attenta e faticosa lettura, a far funzionare alcunché seguendo le istruzioni. Non un videoregistratore, non un computer, e neppure (per restare in tema) una caffettiera moka. Di solito cominciano con diktat ovvi e quasi offensivi (“accertarsi che la spina sia inserita nella presa”, “mettere l’interruttore in posizione ‘on’”), per poi perdersi in un gergo incomprensibile (da noi aggravato a causa delle traduzioni).
“With legs”, cioè “da passeggio”. “Make It Your Drink: A Guide to Starbucks’ Beverages” è il titolo del manualetto, che dovrebbe togliere l’ansia da ordinazione, e invece la fa venire anche a chi, di suo, non l’avrebbe. La fa venire ai poveri di spirito ancora convinti che un caffè sia un caffè, e non un sesto grado da scalare. La fa venire ai provinciali che si credono uomini di mondo per aver appena imparato cos’è un “moccaccino”. “Se ordinare vi rende nervosi, leggete qui”, intima la prima riga. Segue un dizionarietto in 38 voci, tra cui le esotiche “misto” e “ristretto”, e il gergale “with legs”, per far sapere che avete intenzione di bere il vostro caffè per strada. Combinate insieme, identificano (per genere prossimo e differenza specifica, come è d’obbligo in tutte le rispettabili classificazioni di animali, piante o cappuccini) la mistura desiderata. Una cosa è il “triple grand decaf latte”, altra cosa è il “tall iced caramel macchiato”. Dopo il lessico, la sintassi: l’aggiunta dello sciroppo correttivo va chiesta prima o dopo aver specificato le dimensioni della tazza? E il latte, se lo si vuole, quando va richiesto? La regola, perentoria e insieme sfuggente, si appella alla sensibilità individuale: “Va nel punto più espressivo della frase”. D’ora in poi, è ovvio, berremo solo caffè nero. Ma non bollente: qualcuno si potrebbe scottare la lingua o le mani e far causa per danni alla premiata ditta.
Finiti i tempi in cui bastava un cenno del capo alla cameriera per avere la tazza piena, ed esisteva un’unica variante di sapore e annacquatezza. “The Joy of Espresso” vanta oggi un kamasutra più complicato di “The Joy of Sex”. Nonostante l’impaccio, da Starbucks si continua a fare la fila. I profitti sono cresciuti del 41 per cento nel solo primo trimestre dell’anno scorso. Anche perché i prezzi per tazza del caffè-rompicapo sono tutt’altro che popolari. L’unica consolazione è che un simile spreco di energia e di intelligenza serva perlomeno a scongiurare il pericolo (fino a poco tempo fa incombente) che il caffè venga messo al bando e demonizzato come le sigarette.